Giglio1951-57
1950 - 51 LA STAGIONE
Un altro quinto posto. Ormai, visto il dominio di Juve, Milan ed Inter, si lotta per il quarto posto, che i viola sfiorano ancora. Arrivano Magnini e l’olandese Roosenburg; mentre comincia a farsi notare la saldezza difensiva, che diverrà la caratteristica principale della Fiorentina. Semmai è l’attacco che latita; nella ricerca di un bomber europeo, la Fiorentina non ha la fortuna, o l’abilità d’imbattersi in gente come Hansen, Nordahl, Nyers. Anche Galassi pian piano smarrisce la sua vena, e bisognerà aspettare Virgili per rivedere un attaccante viola lottare per la classifica dei marcatori.
L’ORGANICO
Presidente : Carlo Antonini
Allenatore : Luigi Ferrero
Formazione base e presenze : {phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=83}
Costagliola (28);Venturi (31); Cervato (37); Chiappella (36); Rosetta (29);Magli (36); Vitali (27); Pandolfini (36); Galassi (20); Sperotto (22); Janda (28);
Altri componenti della rosa : Dalla Torre (19); Roosenburg (17); Magnini (13); Beltrandi (10); Grandi (10); Penzo (9); Viciani (6); Bolognesi (2); Nagy (2).
Marcatori: Vitali (9); Pandolfini e Roosenburg (7); Galassi (6); Dalla Torre e Sperotto (5); Cervato (4); Janda e Penzo (3); Beltrandi, Magnini e Nagy (1).
I RISULTATI

LA CASSIFICA

1951 - 52 LA STAGIONE
Arriva finalmente il quarto posto, cui contribuiscono i nuovi stranieri, fra i quali si distingue Ekner più di Lefter. La Fiorentina è ormai a ridosso delle grandi, sono lontani i tempi in cui la salvezza veniva raggiunta all’ultimo tuffo. Ora i viola lottano da pari a pari con le regine della serie A; l’Inter viene addirittura strapazzata con un sonoro 5-0, ed anche il Milan lascia i due punti al Comunale.
Chi gioca a Firenze non è poi tanto sicuro di tornar via senza danni. Il Gotha del calcio si arricchisce, insomma, di un’altra degna rappresentante.
L’ORGANICO
Presidente : Carlo Antonini
Allenatore : Luigi Ferrero fino al 4 11 51, poi dal 18 11 51 Renzo Magli
Formazione base e presenze : {phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=84}
Costagliola (36); Magnini (32); Cervato (28); Chiappella (35); Rosetta (34); Magli (26); Lefter (30); Pandolfini (34); Roosenburg (33); Ekner (31); Vitali (24);
Altri componenti della rosa : Venturi (21); Viciani (16); Beltrandi (13); Galassi (9); Trevisani (5); Basile (3); Bolognesi (3); Dalla Torre (3); Tessari (2).
Marcatori: Ekner e Roosenburg (10); Pandolfini (9); Beltrandi e Vitali (6); Galassi e Lefter (4); Cervato, Chiappella e Rosetta (1).
I RISULTATI
LA CASSIFICA
1952 - 53 LA STAGIONE
Quando già la parola scudetto è sulla bocca dei tifosi, la Fiorentina fa un passo indietro, ritrovandosi al settimo posto e denotando un’incredibile sterilità offensiva. La squadra non riesce a mettere insieme più di due gol nella stessa partita. Inoltre, ed è strano, anche la difesa ogni tanto traballa o crolla addirittura, come nella partita con la Juve, quando ben otto palloni terminano alle spalle di Nardino Costagliola. Comunque la scudettata Inter è sconfitta a Firenze: il solito annuale regalo ai tifosi viola.
L’ORGANICO
Presidente : Enrico Befani
Allenatore : Renzo Magli fino al 18 01 53, poi Fulvio Bernardini
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Costagliola (34); Magnini (34); Cervato (31); Chiappella (33); Venturi (16); Magli (31); Lucentini (23); Beltrandi (21); Biagioli (15);Ekner(29); Mariani (21);
Altri componenti della rosa : Segato (15); Rosetta (14); Ghersetich (13); Prini (13); Roosenburg (9); Viciani (8); Capucci (5);Novelli (5); Colla (4).
Marcatori: Mariani (6); Ghersetich (5); Novelli (4); Beltrandi (3); Biagioli e Cervato (2); Chiappella, Colla, Ekner, Lucentini, Magnini, Prini, Roosenburg e Viciani (1);autoreti (1).
I RISULTATI

LA CLASSIFICA

1953 - 54 LA STAGIONE
Di scudetto si parla e molto in questo campionato esaltante, vissuto sul filo di un duello appassionante con Inter e Juve. Per tutto il girone d’andata i viola restano a ruota degli avversari, trovano qualche difficoltà nell’andare a rete, ma dimostrano una solidità difensiva che è suggellata dalla convocazione del blocco in nazionale. Il titolo di campione d’inverno, sia pure in condominio con le altre due pretendenti al titolo, autorizza l’ottimismo, anche perché la squadra denota una notevole crescita nella condizione atletica e nel temperamento. Alla ventunesima giornata la Fiorentina è addirittura sola in testa, proprio alla vigilia dello scontro con l’Inter, distanziata di un punto. Ma il pareggio, nonostante l’assedio a Ghezzi, rappresenta probabilmente la fine del sogno.In seguito quando il Bologna espugna il Comunale, la Fiorentina molla, e nelle ultime nove giornate non è in grado di ottenere nemmeno una vittoria, terminando malinconicamente un campionato che, con un po’ più di carattere, avrebbe potuto portare con un anticipo di due anni lo scudetto a Firenze.
L’ ORGANICO
Presidente : Enrico Befani
Allenatore : Fulvio Bernardini
Formazione base e presenze : {phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=86}
Costagliola (34);Magnini (27); Cervato (33); Chiappella (32); Rosetta (33);Segato (33); Mariani (34); Gren (32); Bacci (28); Gratton(31); Vidal (24);
Altri componenti della rosa : Capucci (10); Novelli (9); Magli (7); Gasparini (4); Prini (3).
Marcatori: Bacci (13); Gratton (10); Vidal (5); Segato (4); Gren, Mariani, Novelli e Cervato (3); autoreti (1).
I RISULTATI
LA CLASSIFICA

1954 - 55 LA STAGIONE
Tutti sognano un altro campionato di testa, ma non è così; un’incredibile serie di infortuni, qualche arbitraggio infelice, un certo rilassamento difensivo, costringono la Fiorentina ad accontentarsi del quinto posto, anche se davanti ad Inter e Juventus. Ma non è un torneo tranquillo; si verifica infatti un’altra invasione in occasione della gara con il Bologna, che condiziona tutto il torneo dei viola. Qualche soddisfazione però la Fiorentina se la toglie, come la fragorosa vittoria per 5-3 sul terreno dei campioni nerazzurri, al termine di una gara dominata dal primo all’ultimo minuto. E poi la sospirata rivincita di Bologna, dove i viola stroncano le speranze dei rossoblu di riprendere il fuggiasco Milan.
L’ORGANICO
Presidente : Enrico Befani
Allenatore : Fulvio Bernardini
Formazione base e presenze : {phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=87}
Costagliola (30);Magnini (31); Cervato (18); Chiappella (28); Rosetta(31); Segato (32); Mariani (30); Gren (23); Virgili (29); Gratton (18); Bizzarri (25);
Altri componenti della rosa : Orzan (21); Capucci (18); Buzzin (17); Zambaiti (11); Vidal(5); Sarti (4); Scaramucci (2); Biagi (1).
Marcatori: Virgili (15); Bizzarri (10); Mariani (6); Segato (5); Buzzin (3); Gren e Zambaiti (2); Orzan e Vidal (1); autoreti (4).
I RISULTATI
LA CLASSIFICA

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1955 - 56 LA STAGIONE
E’ l’anno del trionfo. La squadra è più forte, e Befani la completa acquistando la stella Julinho
e la rivelazione Montuori
, due dei più grandi giocatori che abbiano mai indossato la maglia viola. Il resto lo fa Bernardini
plasmando una formazione che ha solo bisogno di convinzione e della mano di un vero conoscitore. La Fiorentina fin dall’inizio mette in chiaro le cose: è lei la più forte. Passa come un ciclone sul campo della Juve, umiliata con quattro gol, affianca l’Inter alla settima giornata, distanziandola poi all’ottava, e da quel momento nessuno è in grado di resisterle: una serie impressionante di trentatre partite utili consecutive, prima della sconfitta di Genova all’ultima giornata. Una difesa impenetrabile, un attacco micidiale e funambolico, con Julinho e Montuori spettacolo nello spettacolo. Dovunque è festa per i viola: S. Siro è violato due volte con punteggi ineccepibili, anche il Napoli è schiantato da quella splendida Fiorentina, la più bella che si fosse mai vista. E i dodici punti di vantaggio sul Milan al termine testimoniano in maniera eloquente una superiorità indiscutibile. A cinque giornate dalla fine la Fiorentina è già matematicamente campione d’Italia. Ai tifosi, che hanno avuto la fortuna di ammirare questi undici campioni, rimarrà di questo scudetto un ricordo indelebile.
Presidente : Enrico Befani
Allenatore : Fulvio Bernardini
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Sarti (25); Magnini (32); Cervato (33); Chiappella (32); Rosetta (20); Segato (34); Julinho (31); Gratton (34); Virgili (32); Montuori (32); Prini (26);
Altri componenti della rosa : Toros (9); Bartoli (2); Orzan (18); Scaramucci (2); Bizzarri (6); Mazza (4); Carpanesi (2).
Marcatori: Virgili (21); Montuori (13); Julinho e Prini (6); Cervato (5); Gratton (3); Bizzarri, Carpanesi e Magnini (1); autoreti (2).
Per celebrare la Gloria e il ricordo di quella grandissima squadra mi è sembrato giusto riportare il commento che fece Sandro Picchi, grande tifoso e grande autore di libri dedicati alla Fiorentina. (da “La storia della Fiorentina”). La casa dello Sport editore.
La Fiorentina del primo scudetto. Qui il critico vorrebbe prendersi una vacanza e lasciare il posto al ragazzo che era quando seguiva quella mitica squadra da una dolce curva chiamata Fiesole, che oggi lo impaurisce e una volta era casa sua. E vorrebbe andare soltanto per consentire a quel ragazzo di riacciuffare gli entusiasmi e i sentimenti di allora. La bellezza di Julinho, cavaliere triste e invincibile; la superiore eleganza di Rosetta, capitano senza una macchia; la perfida finta di Miguel, sempre uguale e sempre inafferrabile; l’ironia del gelido Sarti, che convinceva gli attaccanti a tirargli fra le braccia; la sicurezza di Cervato, terzino mai battuto dall’avversario. E gli altri. Tutti stupendi e tutti eroi. Sarebbe bello parlarne soltanto così, con la voce di quei giorni, ma siccome quel ragazzo di curva sostiene che nessun avversario tolse una volta il pallone a Julinho, che contro Rosetta non fu mai fischiata una punizione, che Cervato non fu mai superato in dribbling dall’ala avversaria, che Sarti non si tuffò una sola volta, che Segato non sbagliò un passaggio; e siccome giura su tutto questo, né ammette discussioni di sorta, affermando perfino che quella squadra non perse mai, dimenticando così quell’ultima partita a Genova, anzi sostenendo che non fu mai giocata, ecco il critico dolorosamente concludere che quel ragazzo non può essere lasciato solo. E così lo affianca sperando in un rapporto di serena convivenza fra le due anime.
Certo sarà difficile porsi di fronte alla Fiorentina del 1955-56 con l’atteggiamento rigoroso, non diciamo dello storico, che sarebbe orrenda presunzione, ma del ricercatore modesto e comunque obbligato ad un certo distacco. Ci consola il fatto che ripercorrere i movimenti, le strategie, i meccanismi, gli schemi di quella squadra può essere un modo, forse leggermente diverso, di renderle omaggio.
Dopo questa premessa sentimentale dobbiamo farne un’altra di carattere generale: non va mai dimenticato, quando si parla della Fiorentina 1955-56, che i suoi componenti erano nella massima parte grandi giocatori — in certi casi autentici fuoriclasse — e che gli uomini di minor talento, i cosiddetti comprimari, erano d’altra parte i più importanti sul piano tattico, il che li poneva su una posizione di parità rispetto agli altri. Il livello medio (altissimo) e l’amalgama, cioè la giusta ripartizione degli incarichi e la naturale coesione del « gruppo » erano i primi ingredienti del successo. Tutte le future considerazioni sul gioco e sui meccanismi andranno, dunque, inquadrate sotto questa luce.
Ad eseguire c’erano, in linea di massima, dei campioni. Quelli che non lo erano svolgevano dei compiti nei quali lo diventavano.
Guardiamo ora la squadra, più da vicino. Abbiamo già parlato a lungo, nelle pagine precedenti, del fortissimo blocco viola ricordandone i componenti, le caratteristiche, la spontanea quanto preziosa attitudine di Chiappella a marcare d’anticipo il centravanti avversario. Poiché il blocco era anche la difesa della Fiorentina del primo scudetto, eviteremmo di riproporre l’argomento se non avessimo da aggiungere due particolari: la presenza di Sarti in porta, al posto di Costagliola, e un ultimo dettaglio sui movimenti della difesa quando i giocatori, per necessità di copertura, erano costretti ad abbandonare la loro posizione abituale.
Giuliano Sarti, quando diventò titolare, era un portiere molto giovane (22 anni) e del tutto sconosciuto: la sua esperienza si limitava alle poche partite giocate verso la fine del campionato precedente quando Bernardini aveva deciso di verificarne la bravura in campionato. Sarti dimostrò subito di essere non soltanto un grande portiere, ma anche un profondo innovatore: propose una maniera personalissima di interpretare il ruolo, trascurando gli effetti plateali — allora molto in voga — e privilegiando i lati meno appariscenti, ma più sostanziosi, quali il piazzamento, la presa, il comando della difesa, la partecipazione al gioco. Con Sarti il portiere diventava giocatore di squadra piuttosto che lo specialista isolato, un po’ acrobata e un po’ matto, quale era ancora ritenuto nella maggioranza dei casi. Giuliano, con modestia, respinge l’idea di essere stato l’inventore di un nuovo modo di «stare in porta», ma noi insistiamo nell’esagerazione, convinti che egli abbia rivoluzionato il ruolo. Certo, quando comparve sulla scena, Sarti ricordava pochissimo il portiere di calcio — nel senso tradizionale del termine — e molti, infatti, si chiesero se davvero lo fosse. Eccome se lo era! A nostro avviso è stato fra i più grandi di sempre e ancora oggi restiamo interdetti di fronte al numero di partite da lui giocate in nazionale (soltanto otto) che ci appare assolutamente inadeguato alla sua classe.
La caratteristica più evidente di Sarti, oltre al modo gelido di proporre la parata, oltre alla noncuranza con cui interveniva perfino scoraggiando l’avversario, era la posizione molto avanzata rispetto alla linea di porta. Il piazzamento fuori dai pali di Sarti era quello di un portiere « sistemista ad oltranza», ed alleggeriva notevolmente il lavoro dei difensori che, su certi palloni in profondità o su certi spioventi, evitavano di intervenire o di correre in recupero, sicuri com’erano che avrebbe provveduto Sarti. Tutto questo facilitava il lavoro del reparto arretrato e permetteva ai difensori di risparmiare energie, sebbene comportasse il rischio — che la squadra correva volentieri —di qualche gol beffa su pallonetto.
Sottoposto alle continue frecciate dei critici, che lo invitavano a « non andare a spasso», Sarti ne rimase talmente condizionato da retrocedere in una posizione più tradizionale, con ciò seminando lo scompiglio nella sua difesa ormai abituata « a lasciare » certi palloni. Intimorito dai giornali, Sarti non si faceva più trovare dove i suoi compagni si aspettavano che fosse. Quando i giocatori del blocco si accorsero di quel cambiamento convinsero il portiere, quasi minacciandolo, a riprendere quella sua posizione tanto criticata, ma evidentemente tanto utile alla squadra.
Completiamo ora il discorso sulla difesa accennando all’esemplare sincronismo che i componenti del reparto avevano raggiunto quando dovevano cambiare marcatura. Se un compagno veniva superato in dribbling, o comunque scavalcato, e un altro doveva chiudere sull’avversario in possesso di palla, tutti i giocatori della difesa cambiavano simultaneamente posizione, ruotando come in una specie di gioco dei quattro cantoni, mentre un centrocampista veniva di rinforzo a completare il reparto. Se, per esempio, Cervato doveva lasciare il suo posto, e il controllo del suo avversario diretto, per andare incontro alla mezzala avversaria libera col pallone, allora Rosetta si spostava nel ruolo di Cervato, Magnini si portava al centro dell’area a sostituire Rosetta, Chiappella passava terzino destro e Gratton retrocedeva in mediana. «Scalare» le posizioni con tempismo era molto importante in una difesa senza libero (Rosetta, come abbiamo visto, lo era soltanto quando riceveva l’aiuto improvvisato di Chiappella), che doveva chiudere i varchi non col movimento di un solo giocatore — come succede oggi col libero tradizionale — ma con quello dell’intero reparto. Questo meccanismo, in definitiva piuttosto naturale soprattutto in una difesa intelligente e affiatata, scattava nella Fiorentina con molta puntualità così come scattava, ogni tanto, anche la trappola del fuorigioco. Protetta alle spalle dal blocco, la squadra disponeva poi di un centrocampo molto solido, composto da un mediano d’attacco (Segato), da un interno che giocava in modo semplice e pratico ed aveva una notevole resistenza (Gratton), e da un’ala tornante (Prini) che assumeva molto spesso la posizione del mediano per coprire le avanzate di Segato. L’inserimento di Prini consentì alla squadra di raggiungere il massimo equilibrio e può essere considerato la mossa tattica più rilevante, compiuta in quella circostanza, da Fulvio Bernardini. Con l’innesto di Prini il « dottore »confermò tutta la sua grandezza di tecnico amabile, disinvolto, superiore, ma anche molto concreto.
Per la verità doveva essere un infortunio a Claudio Bizzarri, ala sinistra titolare con spiccate caratteristiche di punta, a suggerire a Bernardini l’idea del «tornante». E prima di metterla in pratica, Bemardini preparò la strada, spostando Gratton a sinistra e inserendo in formazione l’ex interista Mazza, un interno longilineo e piuttosto lento. E probabile che l’allenatore esitasse un attimo prima di scegliere la soluzione Prini soltanto per una forma di pudore. L’ala tornante, a quel tempo, era considerata infatti « un marchingegno tattico da catenacciari » e Bernardini aveva fama di trovarsi sulla barricata opposta — quella del «bel gioco» — sebbene i difensivisti lo ritennessero quasi uno dei loro, affermando che egli « predicava male e razzolava bene».
Comunque sia, Bernardini ruppe presto gli indugi e, alla quinta giornata, anche la Fiorentina dall’aria innocente aveva, oltre al « mezzo stopper», anche l’ala tornante. L’ingresso di Prini fu determinante sul piano tattico. Nessuno ha intenzione di far risalire i successi di quella grande squadra — popolata da tanti fuoriclasse — alla presenza di Prini, ma l’importanza di questo giocatore, che garantiva certi equilibri fondamentali, non va certo sottovalutata. Prini dava anche il suo contributo all’attacco, ma giocava in prevalenza a centrocampo e soprattutto consentiva l’inserimento in fase offensiva di Segato, al quale garantiva l’opportuna copertura. E quando se ne presentava l’occasione Segato, che in origine era un attaccante, « andava su » tranquillo, con quella corsa agile, ad arricchire gli schemi dell’attacco sfruttando il suo sinistro e la sua abilità nel gioco di testa. L’attacco. C’erano Julinho e Montuori. Ogni approfondimento sarebbe superfluo se ormai non fossimo in ballo. Julinho, una delle più grandi ali destre di tutti i tempi, non era una punta nel senso classico del termine, ma una specie di regista offensivo, un fuoriclasse che determinava il gioco dell’attacco scegliendo sempre la maniera migliore per mettere un compagno nelle condizioni di concludere.
Julinho retrocedeva fino alla linea di metà campo, e anche oltre, per cercare la palla: non pretendeva il lancio lungo e impegnativo, anzi chiedeva il contrario, cioè un semplice appoggio rasoterra, sul piede. Al resto avrebbe pensato da solo. E questo ovviamente semplificava molte cose. Chiappella, che era di solito l’autore di quell’appoggio è ancora grato al grande Julinho per quel tocco breve —invariabilmente giocato «di piatto» — che il brasiliano gli chiedeva e che bastava a mettere in moto un imprevedibile meccanismo offensivo consentendo allo stesso Chiappella, quando «apriva» disinvolto sulla destra, di sembrare il regista della squadra.
Julinho partiva di solito in dribbling o comunque eseguiva un dribbling dopo pochi metri, quindi, scambiando o portando la palla, penetrava nella difesa con un’azione che acquistava progressivamente velocità senza che ne risentissero il controllo della palla e la coordinazione dei movimenti, che avevano del prodigioso. Julinho poteva servire i compagni o concludere a rete in qualunque modo, ma sono rimasti celebri i suoi cross rasoterra con pallone calciato all’indietro o in linea, comunque sempre molto forte, quasi il cross fosse un colpo di sciaboIa col quale attraversare il corpo della difesa: «bastava mettere il piede» per segnare il gol. Tenere la palla in terra, anche nel tiro in porta, che Julinho aveva molto preciso e forte in diagonale, era fra tutte le caratteristiche, la più bella di questo indimenticabile giocatore. Montuori, un argentino cresciuto come calciatore in Cile, fu la grande rivelazione di quel campionato. Giocava con il « dieci», ma in realtà era un attaccante puro, che arretrava verso le tre quarti e da sinistra scendeva in diagonale verso il centro. Questo gli permetteva, convergendo sempre a destra, di sfruttare il suo piede migliore che era, appunto, il destro. Nonostante « andasse via sempre dalla stessa parte», Montuori risultava ugualmente inafferrabile. Gli avversari sapevano da dove sarebbe passato, eppure — come si dice in gergo — «non lo trovavano mai». Montuori, infatti, li sbilanciava puntando a sinistra eppoi cambiando rapidamente direzione: la scelta del tempo e il formidabile controllo del pallone rendevano quella finta — eseguita in corsa — tanto attesa quanto imprevedibile.
Montuori, però, «scherzava» il difensore anche da fermo arretrando d’improvviso il pallone — che teneva fermo sotto il piede — e facendolo letteralmente sparire, appena l’avversario interveniva per toglierglielo. Il suo gioco, dunque, aveva qualcosa di diabolico e di provocatorio. Montuori era generoso negli atteggiamenti, tanto da non infierire sull’avversano quando il risultato era al sicuro, ma appariva molto furbo, se non proprio perfido, nelle caratteristiche di gioco. Aveva un piede rapido e sensibilissimo e una straordinaria prontezza d’esecuzione. Tutto questo faceva di lui un grande uomo da area di rigore e difatti di tutti i suoi gol se ne ricordano pochissimi segnati da fuori.
Fra questi due campioni giocava un centravanti molto differente da loro per classe e tocco, ma che rappresentava per le difese avversarie una preoccupazione assai superiore a quanto si possa supporre. Ci riferiamo a Beppe Virgili. Giovane, molto dotato fisicamente e coraggioso fin quasi all’incoscienza, Virgili «andava dentro» senza esitazione infiltrandosi di forza e « massacrando » i difensori coi suoi scatti e i suoi modi travolgenti. Virgili era incapace di concludere morbido, piazzando il tiro, né aveva l’istinto del rapinatore di gol. Era un colpitore disordinato, ma così poderoso da impensierire chiunque. I suoi gol risultavano clamorosi come i suoi errori di mira, ma era soprattutto la foga del suo gioco a destare scompiglio: i difensori perdevano lucidità e qualche volta, in affanno, andavano in gol al posto di Virgili. O meglio in autogol.
Un centravanti di questo tipo non rappresentava forse l’uomo ideale per sfruttare tutte le occasioni proposte da Julinho sotto porta, ma era certamente il più adatto a demolire con attacchi « a percussione » la difesa avversaria e a creare gli spazi per Montuori, quando questi si accentrava in diagonale dalla sinistra. E non dimentichiamoci che in quel campionato Virgili segnò 21 gol. Alle glorie della squadra contribuirono anche due giocatori di riserva che, per gli infortuni dei titolari, entrarono in formazione in un momento molto delicato: Toros e Orzan.
Toros era un portiere dalle straordinarie qualità naturali (Sarti sostiene di averne visti pochi così dotati) e avrebbe potuto raggiungere chissà quali traguardi se non lo avesse tradito l’incapacità di mantenere a lungo la concentrazione. Toros « reggeva la porta » per un certo numero di partite poi, nonostante fosse bravissimo, preferiva tornare fra le riserve quasi impaurito all’idea di dover giocare con continuità. Si dice che una volta Toros svegliò Sarti alle sei della domenica mattina supplicando il titolare di giocare ugualmente nonostante fosse bloccato alla schiena per un attacco di sciatica. Sarti era così malridotto che non avrebbe potuto neppure chinarsi a raccogliere il pallone, ma Toros non si scoraggiò e, pur di non giocare, gli suggerì seriamente « di parare coi piedi».
Questo episodio può dirla lunga sull’emotività di Toros, ma resta il fatto che in quel campionato egli disputò nove ottime partite, alcune — le prime — addirittura strepitose. Orzan era un mediano laterale un po’ tardo nello scatto, ma con un bel calcio e un notevole colpo di testa. Un infortunio a Rosetta lo costrinse a improvvisarsi centromediano e in quel ruolo seppe distinguersi al punto di diventare titolare quando il capitano, ormai anziano, fu ceduto al Verona dove chiuse, con un’ultima stagione, la sua carriera. Orzan nel campionato dello scudetto giocò diciotto partite e si inserì subito benissimo nel blocco facendo valere soprattutto la sua abilità sui palloni alti e il suo notevole tempismo. Così, scoprendo Orzan centromediano, Bernardini rimediò anche all’assenza di Rosetta che pareva un handicap gravissimo. Rosetta, infatti, era il cervello della squadra: capo e capitano. Aveva conquistato grande prestigio con la pura forza dell’esempio, senza alzare mai la voce, senza altro mostrare che la classe e la correttezza. Aveva la dote del grande campione, quella di vedere il gioco con netto anticipo rispetto agli altri e di intuirne, quindi, gli sviluppi. Questo gli consentiva di entrare sempre sul pallone con un tempismo e con una calma esemplari che, uniti alla naturale eleganza del suo stile e alla tecnica raffinatissima, gli conferivano naturalmente l’autorità del capo. Rosetta non perdeva mai la testa, in nessuna situazione di gioco, neppure nella più confusa, e vederlo sempre così forte e sereno trasmetteva sicurezza a tutti i compagni. Rosetta parlava poco in campo, lasciava questo compito a Chiappella; gli bastava dimostrare agli altri, con l’esempio, che non c’era da aver paura, che lui era lì, sempre pronto, tranquillo, corretto, implacabile. In una parola: superiore.
Chiappella, invece, era la voce della Fiorentina. Fin qui, forse, abbiamo dato di Beppe, che pure ci è stato di grande aiuto nel ricostruire le caratteristiche della squadra, un’immagine che temiamo sia riduttiva sebbene sia stato lui stesso a provocarla: Chiappella che fa lo stopper senza accorgersene, Chiappella che si limita a toccare corto per Julinho, Chiappella che si « impapera » all’esame. Se è così rimettiamo subito le cose a posto. Chiappella aveva in quella squadra una funzione importantissima, sia tatticamente — per le ragioni più volte esposte — sia per la sua forte personalità. Chiappella comandava in campo come un gran capo; imprecava, brontolava, incoraggiava, protestava. Non stava mai zitto e aveva fatto della parola un ingrediente di gioco. Era lui « che teneva su i ragazzi », che cementava il gruppo. E inoltre la sua funzione in fase difensiva era determinante e lo sarebbe stata ancora per molti anni. Chiappella, insomma, era un leader.
Resta da parlare dell’allenatore, ma anche nel suo caso basterebbe citarne il nome e il cognome — Fulvio Bernardini — e ogni ulteriore considerazione diventerebbe superflua. Diciamo soltanto che Bernardini, arrivato alla Fiorentina dal Vicenza, per sostituire Renzo Magli durante il campionato, trovò il blocco difensivo costruito e collaudato, ma aggiungiamo anche che lo arricchì con l’inserimento di Sarti, e poi completò la squadra con la felice scelta di Julinho (lo sconosciuto Montuori arrivò su segnalazione di un prete italiano) e con l’intelligente soluzione tattica dell’ala tornante. Bernardini era un grande tecnico, ma era soprattutto un uomo eccezionale che portava nel calcio una vena ironica e sdrammatizzante, frutto della sua cultura superiore, non soltanto in senso calcistico. Con lui la squadra aveva raggiunto i vertici più alti del rendimento e un’intesa proverbiale anche fuori dal campo: scelte felici univano in un unico gruppo giocatori ideali per completarsi. Così naturale, ormai, era il meccanismo della squadra, così automatici i movimenti dei giocatori e così scontata la superiorità della squadra che Bernardini aveva soltanto da gustarsi gli inevitabili successi della Fiorentina da lui costruita e guidata. Tutto funzionava in modo talmente automatico da rendere inutile anche qualsiasi riunione tecnica fra giocatori e allenatore; questo per dire che la preparazione a tavolino della partita era da considerarsi un avvenimento eccezionale. Qualcuno dei giocatori di allora, a dire la verità, non ricorda neppure una di quelle riunioni e questo, se rapportato al calcio odierno, può apparire sconcertante. Ma non lo era, evidentemente, a quel tempo. E per quella squadra.
Dopo aver ripercorso le caratteristiche della Fiorentina '55 - '56 ed averle tanto celebrate, non è più il caso di chiedersi perché quella squadra vinse il campionato con undici punti di vantaggio e stabilendo, fra l’altro, una serie impressionante di primati. Il trionfo fu la più logica delle conclusioni. Bisogna semmai chiedersi come mai quella formidabile squadra, pur restando immutata, vinse soltanto un campionato. Le ragioni degli insuccessi, perché tali vanno considerati i secondi posti collezionati allora dalla Fiorentina, sono più oscure dei motivi, del resto così luminosi, che determinarono il trionfo. Beppe Chiappella, che di quella squadra conosceva il respiro più intimo, ritiene che i motivi principali delle successive delusioni siano stati un involontario rilassamento di tutti i giocatori, evidentemente appagati dalla storica conquista e il diminuito rendimento di alcuni elementi, quali il centravanti Virgili e l’ala tornante Prini, uomini di minor fascino, ma come si vede di non minor importanza nell’economia del gioco. Attribuire a tutti la responsabilità dei mancati scudetti è certamente più equo. Ed èquasi automatico concludere che quella squadra avrebbe forse vinto a lungo nel calcio di oggi, più esasperato, ma anche più professionistico e comunque meno « rilassante »di quello in cui visse e si impigrì.
Quando la Fiorentina vinse il campionato eravamo tutti convinti che quello sarebbe stato, non tanto il primo scudetto, quanto il primo di tanti scudetti. Non fu così. E, pur volendo un mondo di bene a quella squadra, non è sempre facile perdonarla.
I RISULTATI

LA CLASSIFICA

1956 - 57 LA STAGIONE
Tutti convinti del bis; la Fiorentina ha la struttura per aprire un ciclo indimenticabile. Purtroppo gli infortuni a catena e un certo rilassamento non portano un altro scudetto, ma un secondo posto che non può soddisfare un pubblico ormai abituato alle vittorie; quello che manca è soprattutto lo spettacolo. Il bel giocattolo sembra già rotto, ed anche se non manca qualche affermazione di prestigio, essa non può bastare a salvare una stagione che avrebbe dovuto essere ancora una volta trionfale.
Il 30.05.1957 perdiamo la finale di Coppa dei Campioni a Madrid contro il Real Madrid per 2 – 0, ma i madrileni passano in vantaggio con un rigore inesistente (vedi filmato). Siamo la prima squadra italiana a giungere in una finale di Coppa dei Campioni.
Presidente : Enrico Befani
Allenatore : Fulvio Bernardini
Formazione base e presenze : {phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=82}
Sarti (22); Magnini (29); Cervato (30); Chiappella (24); Orzan (31); Segato (30); Julinho (30); Gratton (30); Virgili (22); Montuori (30); Bizzarri (21);
Altri componenti della rosa : Rosetta (15); Toros (12); Scaramucci (11); Prini (9); Rozzoni (9); Parodi (7); Taccola (6); Carpanesi (3); Del Gratta (2); Pini (1).
Marcatori: Montuori (14); Virgili (10); Julinho (9); Bizzarri e Cervato (5); Rozzoni (3); Gratton, Parodi e Taccola (2); Magnini, Prini e Segato (1).
I RISULTATI

LA CLASSIFICA
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