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Gigli Viola   

                                                 
1950 - 51     LA STAGIONE

Un altro quinto posto. Ormai, vi­sto il dominio di Juve, Milan ed Inter, si lotta per il quarto posto, che i viola sfiorano ancora. Arrivano Magnini e l’olandese Roo­senburg; mentre comincia a farsi notare la saldezza difensiva, che diverrà la caratteristica principa­le della Fiorentina. Semmai è l’at­tacco che latita; nella ricerca di un bomber europeo, la Fiorentina non ha la fortuna, o l’abilità d’imbattersi in gente come Han­sen, Nordahl, Nyers. Anche Ga­lassi pian piano smarrisce la sua vena, e bisognerà aspettare Virgi­li per rivedere un attaccante viola lottare per la classifica dei marcatori.

                                                                             
L’ORGANICO

Presidente : Carlo Antonini
Allenatore : Luigi Ferrero
Formazione base e presenze : {phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=83} 
Costagliola (28);Venturi (31); Cervato (37); Chiappella (36); Rosetta (29);Magli (36); Vitali (27); Pandolfi­ni (36); Galassi (20); Sperotto (22); Janda (28);
Altri componenti della rosa : Dalla Torre (19); Roosenburg (17); Magnini (13); Beltrandi (10); Grandi (10); Penzo (9); Viciani (6); Bolognesi (2); Nagy (2).
Marcatori: Vitali (9); Pandolfini e Roosenburg (7); Galassi (6); Dalla Torre e Sperotto (5); Cer­vato (4); Janda e Penzo (3); Bel­trandi, Magnini e Nagy (1).

                                                                             
               
                      I RISULTATI

                      

 

 
                                              LA CASSIFICA

                      



                                                                    
1951 - 52   LA STAGIONE

Arriva finalmente il quarto posto, cui contribuiscono i nuovi stra­nieri, fra i quali si distingue Ek­ner più di Lefter. La Fiorentina è ormai a ridosso delle grandi, sono lontani i tempi in cui la salvezza veniva raggiunta all’ultimo tuffo. Ora i viola lottano da pari a pari con le regine della serie A; l’Inter viene addirittura strapazzata con un sonoro 5-0, ed anche il Milan lascia i due punti al Comunale.
Chi gioca a Firenze non è poi tan­to sicuro di tornar via senza dan­ni. Il Gotha del calcio si arricchi­sce, insomma, di un’altra degna rappresentante.

                                                                         
L’ORGANICO

Presidente : Carlo Antonini
Allenatore : Luigi Ferrero fino al 4 11 51, poi dal 18 11 51 Renzo Magli
Formazione base e presenze : {phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=84}
Costagliola (36); Magnini (32); Cervato (28); Chiappella (35); Rosetta (34); Magli (26); Lefter (30); Pandol­fini (34); Roosenburg (33); Ek­ner (31); Vitali (24);
Altri componenti della rosa : Venturi (21); Viciani (16); Bel­trandi (13); Galassi (9); Trevisani (5); Basile (3); Bolognesi (3); Dalla Torre (3); Tessari (2).
Marcatori: Ekner e Roosenburg (10); Pandolfini (9); Beltrandi e Vitali (6); Galassi e Lefter (4); Cervato, Chiappella e Rosetta (1).

                                                                   

                                                                         
                      I RISULTATI

                        



                                            LA CASSIFICA

                        

                                              

 
                                                               
1952 - 53     LA STAGIONE

Quando già la parola scudetto è sulla bocca dei tifosi, la Fiorentina fa un passo indietro, ritrovandosi al settimo posto e denotando un’incredibile sterilità offensiva. La squadra non riesce a mettere insieme più di due gol nella stessa partita. Inoltre, ed è strano, anche la difesa ogni tanto traballa o crol­la addirittura, come nella partita con la Juve, quando ben otto pal­loni terminano alle spalle di Nar­dino Costagliola. Comunque la scudettata Inter è sconfitta a Fi­renze: il solito annuale regalo ai tifosi viola.

 
                                                                         
L’ORGANICO

Presidente : Enrico Befani
Allenatore : Renzo Magli fino al 18 01 53, poi Fulvio Bernardini
Formazione base e presenze : 
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Costagliola (34); Magnini (34); Cervato (31); Chiappella (33); Venturi (16); Magli (31); Lucentini (23); Bel­trandi (21); Biagioli (15);Ekner(29); Mariani (21);
Altri componenti della rosa : Segato (15); Rosetta (14); Gher­setich (13); Prini (13); Roosen­burg (9); Viciani (8); Capucci (5);Novelli (5); Colla (4).
Marcatori: Mariani (6); Gherse­tich (5); Novelli (4); Beltrandi (3); Biagioli e Cervato (2); Chiappella, Colla, Ekner, Lucen­tini, Magnini, Prini, Roosenburg e Viciani (1);autoreti (1).

 

                                                                            
                     I RISULTATI

                     

                                       



                                                                        
                            LA CLASSIFICA


                      





                                                                     
1953 - 54  LA STAGIONE
 

Di scudetto si parla e molto in questo campionato esaltante, vis­suto sul filo di un duello appas­sionante con Inter e Juve. Per tut­to il girone d’andata i viola resta­no a ruota degli avversari, trova­no qualche difficoltà nell’andare a rete, ma dimostrano una solidi­tà difensiva che è suggellata dalla convocazione del blocco in na­zionale. Il titolo di campione d’inverno, sia pure in condomi­nio con le altre due pretendenti al titolo, autorizza l’ottimismo, an­che perché la squadra denota una notevole crescita nella condizio­ne atletica e nel temperamento. Alla ventunesima giornata la Fio­rentina è addirittura sola in testa, proprio alla vigilia dello scontro con l’Inter, distanziata di un pun­to. Ma il pareggio, nonostante l’assedio a Ghezzi, rappresenta probabilmente la fine del sogno.In seguito quando il Bologna espugna il Comunale, la Fiorenti­na molla, e nelle ultime nove giornate non è in grado di otte­nere nemmeno una vittoria, ter­minando malinconicamente un campionato che, con un po’ più di carattere, avrebbe potuto por­tare con un anticipo di due anni lo scudetto a Firenze.

                                                                            
L’ ORGANICO

Presidente : Enrico Befani
Allenatore : Fulvio Bernardini
Formazione base e presenze : {phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=86}
Costagliola (34);Magnini (27); Cervato (33); Chiappella (32); Rosetta (33);Segato (33); Mariani (34); Gren (32); Bacci (28); Gratton(31); Vidal (24);
Altri componenti della rosa : Capucci (10); Novelli (9); Magli (7); Gasparini (4); Prini (3).
Marcatori: Bacci (13); Gratton (10); Vidal (5); Segato (4); Gren, Mariani, Novelli e Cervato (3); autoreti (1).

 

                                                                            
                    I RISULTATI

                        



                                                                            
                       LA CLASSIFICA

                      

 


                                                                
1954 - 55  LA STAGIONE

Tutti sognano un altro campiona­to di testa, ma non è così; un’in­credibile serie di infortuni, qual­che arbitraggio infelice, un certo rilassamento difensivo, costrin­gono la Fiorentina ad acconten­tarsi del quinto posto, anche se davanti ad Inter e Juventus. Ma non è un torneo tranquillo; si ve­rifica infatti un’altra invasione in occasione della gara con il Bolo­gna, che condiziona tutto il tor­neo dei viola. Qualche soddisfa­zione però la Fiorentina se la to­glie, come la fragorosa vittoria per 5-3 sul terreno dei campioni nerazzurri, al termine di una gara dominata dal primo all’ultimo minuto. E poi la sospirata rivinci­ta di Bologna, dove i viola stron­cano le speranze dei rossoblu di riprendere il fuggiasco Milan.


                                                                           
L’ORGANICO

Presidente : Enrico Befani
Allenatore : Fulvio Bernardini
Formazione base e presenze : {phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=87}
Costagliola (30);Magnini (31); Cervato (18); Chiappella (28); Rosetta(31); Segato (32); Mariani (30); Gren (23); Virgili (29); Gratton (18); Bizzarri (25);
Altri componenti della rosa : Orzan (21); Capucci (18); Buz­zin (17); Zambaiti (11); Vidal(5); Sarti (4); Scaramucci (2); Biagi (1).
Marcatori: Virgili (15); Bizzarri (10); Mariani (6); Segato (5); Buzzin (3); Gren e Zambaiti (2); Orzan e Vidal (1); autoreti (4).

 

                                                                          
                    I RISULTATI

                                 

 

                                                                         
                       LA CLASSIFICA

                      

    
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Gigli Viola   


1955 - 56    LA STAGIONE

E’ l’anno del trionfo. La squadra è più forte, e Befani la completa acquistando la stella Julinho Julinho e la rivelazione Montuori Montuori , due dei più grandi giocatori che abbiano mai indossato la maglia viola. Il resto lo fa Bernardini Bernardini plasmando una formazione che ha solo bisogno di convinzione e della mano di un vero conoscitore. La Fiorentina fin dall’inizio mette in chiaro le cose: è lei la più forte. Passa co­me un ciclone sul campo della Ju­ve, umiliata con quattro gol, af­fianca l’Inter alla settima giorna­ta, distanziandola poi all’ottava, e da quel momento nessuno è in grado di resisterle: una serie im­pressionante di trentatre partite utili consecutive, prima della sconfitta di Genova all’ultima giornata. Una difesa impenetrabi­le, un attacco micidiale e funam­bolico, con Julinho e Montuori spettacolo nello spettacolo. Do­vunque è festa per i viola: S. Siro è violato due volte con punteggi ineccepibili, anche il Napoli è schiantato da quella splendida Fiorentina, la più bella che si fos­se mai vista. E i dodici punti di vantaggio sul Milan al termine te­stimoniano in maniera eloquente una superiorità indiscutibile. A cinque giornate dalla fine la Fio­rentina è già matematicamente campione d’Italia. Ai tifosi, che hanno avuto la fortuna di ammi­rare questi undici campioni, ri­marrà di questo scudetto un ri­cordo indelebile.

Presidente : Enrico Befani
Allenatore : Fulvio Bernardini
Formazione base e presenze :{phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=81}  
Sarti (25); Magnini (32); Cervato (33); Chiappella (32); Rosetta (20); Segato (34); Julinho (31); Gratton (34); Vir­gili (32); Montuori (32); Prini (26);
Altri componenti della rosa : Toros (9); Bartoli (2); Orzan (18); Scaramucci (2); Bizzarri (6); Mazza (4); Carpanesi (2).
Marcatori: Virgili (21); Montuo­ri (13); Julinho e Prini (6); Cer­vato (5); Gratton (3); Bizzarri, Carpanesi e Magnini (1); autoreti (2).



Per celebrare la Gloria e il ricordo di quella grandissima squadra mi è sembrato giusto riportare il commento che fece Sandro Picchi, grande tifoso e grande autore di libri dedicati alla Fiorentina. (da “La storia della Fiorentina”). La casa dello Sport editore.
La Fiorentina del primo scu­detto. Qui il critico vorrebbe prendersi una vacanza e la­sciare il posto al ragazzo che era quando seguiva quella mitica squadra da una dolce curva chiamata Fiesole, che oggi lo impaurisce e una vol­ta era casa sua. E vorrebbe andare soltanto per consen­tire a quel ragazzo di riac­ciuffare gli entusiasmi e i sentimenti di allora. La bel­lezza di Julinho, cavaliere tri­ste e invincibile; la superiore eleganza di Rosetta, capitano senza una macchia; la perfi­da finta di Miguel, sempre uguale e sempre inafferrabi­le; l’ironia del gelido Sarti, che convinceva gli attaccanti a tirargli fra le braccia; la si­curezza di Cervato, terzino mai battuto dall’avversario. E gli altri. Tutti stupendi e tutti eroi. Sarebbe bello parlarne sol­tanto così, con la voce di quei giorni, ma siccome quel ragazzo di curva sostiene che nessun avversario tolse una volta il pallone a Julinho, che contro Rosetta non fu mai fischiata una punizione, che Cervato non fu mai superato in dribbling dall’ala avversaria, che Sarti non si tuffò una sola volta, che Segato non sbagliò un passaggio; e siccome giura su tutto que­sto, né ammette discussioni di sorta, affermando perfino che quella squadra non perse mai, dimenticando così quel­l’ultima partita a Genova, anzi sostenendo che non fu mai giocata, ecco il criti­co dolorosamente concludere che quel ragazzo non può es­sere lasciato solo. E così lo affianca sperando in un rap­porto di serena convivenza fra le due anime.
Certo sarà difficile porsi di fronte alla Fiorentina del 1955-56 con l’atteggiamento rigoroso, non diciamo dello storico, che sarebbe orrenda presunzione, ma del ricercato­re modesto e comunque obbli­gato ad un certo distacco. Ci consola il fatto che ripercorre­re i movimenti, le strategie, i meccanismi, gli schemi di quella squadra può essere un modo, forse leggermente di­verso, di renderle omaggio.
Dopo questa premessa sen­timentale dobbiamo farne un’altra di carattere genera­le: non va mai dimenticato, quando si parla della Fioren­tina 1955-56, che i suoi componenti erano nella mas­sima parte grandi giocatori — in certi casi autentici fuo­riclasse — e che gli uomini di minor talento, i cosiddetti comprimari, erano d’altra parte i più importanti sul piano tattico, il che li poneva su una posizione di parità ri­spetto agli altri. Il livello medio (altissimo) e l’amal­gama, cioè la giusta riparti­zione degli incarichi e la na­turale coesione del « gruppo » erano i primi ingredienti del successo. Tutte le future considerazioni sul gioco e sui meccanismi andranno, dun­que, inquadrate sotto questa luce.
Ad eseguire c’erano, in linea di massima, dei campioni. Quelli che non lo erano svolgevano dei compiti nei quali lo diventavano.
Guardiamo ora la squadra, più da vicino. Abbiamo già parlato a lungo, nelle pagi­ne precedenti, del fortissimo blocco viola ricordandone i componenti, le caratteristi­che, la spontanea quanto preziosa attitudine di Chiap­pella a marcare d’anticipo il centravanti avversario. Poi­ché il blocco era anche la di­fesa della Fiorentina del pri­mo scudetto, eviteremmo di riproporre l’argomento se non avessimo da aggiungere due particolari: la presenza di Sarti in porta, al posto di Costagliola, e un ultimo det­taglio sui movimenti della di­fesa quando i giocatori, per necessità di copertura, erano costretti ad abbandonare la loro posizione abituale.
Giuliano Sarti, quando di­ventò titolare, era un portie­re molto giovane (22 anni) e del tutto sconosciuto: la sua esperienza si limitava alle poche partite giocate verso la fine del campionato prece­dente quando Bernardini aveva deciso di verificarne la bravura in campionato. Sarti dimostrò subito di essere non soltanto un grande por­tiere, ma anche un profon­do innovatore: propose una maniera personalissima di in­terpretare il ruolo, trascu­rando gli effetti plateali — al­lora molto in voga — e privi­legiando i lati meno appari­scenti, ma più sostanziosi, quali il piazzamento, la pre­sa, il comando della difesa, la partecipazione al gioco. Con Sarti il portiere diventa­va giocatore di squadra piut­tosto che lo specialista isola­to, un po’ acrobata e un po’ matto, quale era ancora rite­nuto nella maggioranza dei casi. Giuliano, con modestia, respinge l’idea di essere stato l’inventore di un nuovo mo­do di «stare in porta», ma noi insistiamo nell’esagera­zione, convinti che egli abbia rivoluzionato il ruolo. Certo, quando comparve sulla sce­na, Sarti ricordava pochissi­mo il portiere di calcio — nel senso tradizionale del termi­ne — e molti, infatti, si chie­sero se davvero lo fosse. Ec­come se lo era! A nostro av­viso è stato fra i più grandi di sempre e ancora oggi re­stiamo interdetti di fronte al numero di partite da lui gio­cate in nazionale (soltanto otto) che ci appare assolu­tamente inadeguato alla sua classe.
La caratteristica più evidente di Sarti, oltre al modo gelido di proporre la parata, oltre alla noncuranza con cui in­terveniva perfino scoraggian­do l’avversario, era la posi­zione molto avanzata rispetto alla linea di porta. Il piazzamento fuori dai pali di Sarti era quello di un portiere « si­stemista ad oltranza», ed al­leggeriva notevolmente il la­voro dei difensori che, su certi palloni in profondità o su certi spioventi, evitavano di intervenire o di correre in recupero, sicuri com’erano che avrebbe provveduto Sar­ti. Tutto questo facilitava il lavoro del reparto arretrato e permetteva ai difensori di ri­sparmiare energie, sebbene comportasse il rischio — che la squadra correva volentieri —di qualche gol beffa su pallo­netto.
Sottoposto alle continue frec­ciate dei critici, che lo in­vitavano a « non andare a spasso», Sarti ne rimase tal­mente condizionato da retro­cedere in una posizione più tradizionale, con ciò semi­nando lo scompiglio nella sua difesa ormai abituata « a lasciare » certi palloni. Inti­morito dai giornali, Sarti non si faceva più trovare dove i suoi compagni si aspettavano che fosse. Quando i giocatori del blocco si accorsero di quel cambiamento convinse­ro il portiere, quasi minac­ciandolo, a riprendere quella sua posizione tanto criticata, ma evidentemente tanto utile alla squadra.
Completiamo ora il discorso sulla difesa accennando all’e­semplare sincronismo che i componenti del reparto ave­vano raggiunto quando do­vevano cambiare marcatura. Se un compagno veniva su­perato in dribbling, o co­munque scavalcato, e un al­tro doveva chiudere sull’av­versario in possesso di palla, tutti i giocatori della difesa cambiavano simultaneamente posizione, ruotando come in una specie di gioco dei quat­tro cantoni, mentre un cen­trocampista veniva di rinfor­zo a completare il reparto. Se, per esempio, Cervato do­veva lasciare il suo posto, e il controllo del suo avversa­rio diretto, per andare incon­tro alla mezzala avversaria libera col pallone, allora Ro­setta si spostava nel ruolo di Cervato, Magnini si portava al centro dell’area a sostitui­re Rosetta, Chiappella passa­va terzino destro e Gratton retrocedeva in mediana. «Scalare» le posizioni con tempismo era molto impor­tante in una difesa senza libero (Rosetta, come abbiamo visto, lo era soltanto quando riceveva l’aiuto improvvisato di Chiappella), che doveva chiudere i varchi non col movimento di un solo gioca­tore — come succede oggi col libero tradizionale — ma con quello dell’intero repar­to. Questo meccanismo, in definitiva piuttosto naturale soprattutto in una difesa in­telligente e affiatata, scattava nella Fiorentina con molta puntualità così come scatta­va, ogni tanto, anche la trappola del fuorigioco. Protetta alle spalle dal bloc­co, la squadra disponeva poi di un centrocampo molto solido, composto da un media­no d’attacco (Segato), da un interno che giocava in modo semplice e pratico ed aveva una notevole resistenza (Gratton), e da un’ala tor­nante (Prini) che assumeva molto spesso la posizione del mediano per coprire le avan­zate di Segato. L’inserimento di Prini con­sentì alla squadra di rag­giungere il massimo equili­brio e può essere considerato la mossa tattica più rilevante, compiuta in quella circostan­za, da Fulvio Bernardini. Con l’innesto di Prini il « dottore »confermò tutta la sua grandez­za di tecnico amabile, disin­volto, superiore, ma anche molto concreto.
Per la verità doveva essere un infortunio a Claudio Biz­zarri, ala sinistra titolare con spiccate caratteristiche di punta, a suggerire a Bernar­dini l’idea del «tornante». E prima di metterla in pratica, Bemardini preparò la strada, spostando Gratton a sinistra e inserendo in formazione l’ex interista Mazza, un in­terno longilineo e piuttosto lento. E probabile che l’al­lenatore esitasse un attimo prima di scegliere la soluzio­ne Prini soltanto per una forma di pudore. L’ala tor­nante, a quel tempo, era considerata infatti « un mar­chingegno tattico da cate­nacciari » e Bernardini aveva fama di trovarsi sulla barri­cata opposta — quella del «bel gioco» — sebbene i di­fensivisti lo ritennessero qua­si uno dei loro, affermando che egli « predicava male e razzolava bene».
Comunque sia, Bernardini ruppe presto gli indugi e, al­la quinta giornata, anche la Fiorentina dall’aria innocente aveva, oltre al « mezzo stop­per», anche l’ala tornante. L’ingresso di Prini fu deter­minante sul piano tattico. Nessuno ha intenzione di far risalire i successi di quella grande squadra — popolata da tanti fuoriclasse — alla presenza di Prini, ma l’im­portanza di questo giocatore, che garantiva certi equilibri fondamentali, non va certo sottovalutata. Prini dava an­che il suo contributo all’at­tacco, ma giocava in preva­lenza a centrocampo e so­prattutto consentiva l’inseri­mento in fase offensiva di Segato, al quale garantiva l’opportuna copertura. E quando se ne presentava l’occasione Segato, che in origine era un attaccante, « andava su » tranquillo, con quella corsa agile, ad arric­chire gli schemi dell’attacco sfruttando il suo sinistro e la sua abilità nel gioco di testa. L’attacco. C’erano Julinho e Montuori. Ogni approfondi­mento sarebbe superfluo se ormai non fossimo in ballo. Julinho, una delle più grandi ali destre di tutti i tempi, non era una punta nel senso classico del termine, ma una specie di regista offensivo, un fuoriclasse che determi­nava il gioco dell’attacco scegliendo sempre la manie­ra migliore per mettere un compagno nelle condizioni di concludere.
Julinho retrocedeva fino alla linea di metà campo, e anche oltre, per cercare la palla: non pretendeva il lancio lun­go e impegnativo, anzi chie­deva il contrario, cioè un semplice appoggio rasoterra, sul piede. Al resto avrebbe pensato da solo. E questo ovviamente semplificava mol­te cose. Chiappella, che era di solito l’autore di quell’appoggio è ancora grato al grande Julin­ho per quel tocco breve —invariabilmente giocato «di piatto» — che il brasiliano gli chiedeva e che bastava a met­tere in moto un imprevedibile meccanismo offensivo con­sentendo allo stesso Chiap­pella, quando «apriva» disin­volto sulla destra, di sembra­re il regista della squadra.
Julinho partiva di solito in dribbling o comunque eseguiva un dribbling dopo pochi metri, quindi, scambiando o portando la palla, penetrava nella difesa con un’azione che acquistava progressivamente velocità senza che ne risentis­sero il controllo della palla e la coordinazione dei movi­menti, che avevano del prodi­gioso. Julinho poteva servire i compagni o concludere a rete in qualunque modo, ma sono rimasti celebri i suoi cross ra­soterra con pallone calciato all’indietro o in linea, comun­que sempre molto forte, quasi il cross fosse un colpo di scia­boIa col quale attraversare il corpo della difesa: «bastava mettere il piede» per segnare il gol. Tenere la palla in terra, anche nel tiro in porta, che Julinho aveva molto preciso e forte in diagonale, era fra tut­te le caratteristiche, la più bella di questo indimenticabi­le giocatore. Montuori, un argentino cre­sciuto come calciatore in Ci­le, fu la grande rivelazione di quel campionato. Giocava con il « dieci», ma in realtà era un attaccante puro, che arretrava verso le tre quarti e da sinistra scendeva in dia­gonale verso il centro. Que­sto gli permetteva, conver­gendo sempre a destra, di sfruttare il suo piede miglio­re che era, appunto, il de­stro. Nonostante « andasse via sempre dalla stessa par­te», Montuori risultava u­gualmente inafferrabile. Gli avversari sapevano da dove sarebbe passato, eppure — come si dice in gergo — «non lo trovavano mai». Montuori, infatti, li sbilan­ciava puntando a sinistra ep­poi cambiando rapidamente direzione: la scelta del tem­po e il formidabile control­lo del pallone rendevano quella finta — eseguita in cor­sa — tanto attesa quanto im­prevedibile.
Montuori, però, «scherzava» il difensore anche da fermo arretrando d’improvviso il pallone — che teneva fermo sotto il piede — e facendolo letteralmente sparire, appena l’avversario interveniva per toglierglielo. Il suo gioco, dunque, aveva qualcosa di diabolico e di provocatorio. Montuori era generoso negli atteggiamenti, tanto da non infierire sull’avversano quan­do il risultato era al sicuro, ma appariva molto furbo, se non proprio perfido, nelle caratte­ristiche di gioco. Aveva un piede rapido e sensibilissimo e una straordinaria prontezza d’esecuzione. Tutto questo faceva di lui un grande uomo da area di rigore e difatti di tutti i suoi gol se ne ricordano pochissimi segnati da fuori.
Fra questi due campioni gio­cava un centravanti molto dif­ferente da loro per classe e tocco, ma che rappresentava per le difese avversarie una preoccupazione assai supe­riore a quanto si possa sup­porre. Ci riferiamo a Beppe Virgili. Giovane, molto dota­to fisicamente e coraggioso fin quasi all’incoscienza, Vir­gili «andava dentro» senza esitazione infiltrandosi di for­za e « massacrando » i difen­sori coi suoi scatti e i suoi modi travolgenti. Virgili era incapace di concludere mor­bido, piazzando il tiro, né aveva l’istinto del rapinatore di gol. Era un colpitore di­sordinato, ma così poderoso da impensierire chiunque. I suoi gol risultavano clamoro­si come i suoi errori di mira, ma era soprattutto la foga del suo gioco a destare scompi­glio: i difensori perdevano lucidità e qualche volta, in af­fanno, andavano in gol al po­sto di Virgili. O meglio in au­togol.
Un centravanti di questo tipo non rappresentava forse l’uomo ideale per sfruttare tutte le occasioni proposte da Julinho sotto porta, ma era certamente il più adatto a de­molire con attacchi « a per­cussione » la difesa avversaria e a creare gli spazi per Mon­tuori, quando questi si accen­trava in diagonale dalla sini­stra. E non dimentichiamoci che in quel campionato Virgili segnò 21 gol. Alle glorie della squadra con­tribuirono anche due giocato­ri di riserva che, per gli infor­tuni dei titolari, entrarono in formazione in un momento molto delicato: Toros e Or­zan.
Toros era un portiere dalle straordinarie qualità naturali (Sarti sostiene di averne visti pochi così dotati) e avreb­be potuto raggiungere chissà quali traguardi se non lo avesse tradito l’incapacità di mantenere a lungo la concen­trazione. Toros « reggeva la porta » per un certo numero di partite poi, nonostante fos­se bravissimo, preferiva tor­nare fra le riserve quasi im­paurito all’idea di dover gio­care con continuità. Si dice che una volta Toros svegliò Sarti alle sei della domenica mattina supplicando il titola­re di giocare ugualmente no­nostante fosse bloccato alla schiena per un attacco di sciatica. Sarti era così malri­dotto che non avrebbe potuto neppure chinarsi a raccoglie­re il pallone, ma Toros non si scoraggiò e, pur di non gioca­re, gli suggerì seriamente « di parare coi piedi».
Questo episodio può dirla lun­ga sull’emotività di Toros, ma resta il fatto che in quel cam­pionato egli disputò nove ot­time partite, alcune — le pri­me — addirittura strepitose. Orzan era un mediano latera­le un po’ tardo nello scatto, ma con un bel calcio e un no­tevole colpo di testa. Un in­fortunio a Rosetta lo costrin­se a improvvisarsi centrome­diano e in quel ruolo seppe distinguersi al punto di di­ventare titolare quando il ca­pitano, ormai anziano, fu ce­duto al Verona dove chiuse, con un’ultima stagione, la sua carriera. Orzan nel campio­nato dello scudetto giocò di­ciotto partite e si inserì subito benissimo nel blocco facendo valere soprattutto la sua abili­tà sui palloni alti e il suo no­tevole tempismo. Così, sco­prendo Orzan centromedia­no, Bernardini rimediò anche all’assenza di Rosetta che pa­reva un handicap gravissimo. Rosetta, infatti, era il cervel­lo della squadra: capo e capi­tano. Aveva conquistato gran­de prestigio con la pura for­za dell’esempio, senza alzare mai la voce, senza altro mo­strare che la classe e la cor­rettezza. Aveva la dote del grande campione, quella di vedere il gioco con netto an­ticipo rispetto agli altri e di intuirne, quindi, gli sviluppi. Questo gli consentiva di en­trare sempre sul pallone con un tempismo e con una cal­ma esemplari che, uniti alla naturale eleganza del suo stile e alla tecnica raffina­tissima, gli conferivano natu­ralmente l’autorità del capo. Rosetta non perdeva mai la testa, in nessuna situazione di gioco, neppure nella più confusa, e vederlo sempre co­sì forte e sereno trasmetteva sicurezza a tutti i compa­gni. Rosetta parlava poco in campo, lasciava questo com­pito a Chiappella; gli basta­va dimostrare agli altri, con l’esempio, che non c’era da aver paura, che lui era lì, sempre pronto, tranquillo, corretto, implacabile. In una parola: superiore.
Chiappella, invece, era la vo­ce della Fiorentina. Fin qui, forse, abbiamo dato di Bep­pe, che pure ci è stato di grande aiuto nel ricostruire le caratteristiche della squadra, un’immagine che temiamo sia riduttiva sebbene sia stato lui stesso a provocarla: Chiap­pella che fa lo stopper senza accorgersene, Chiappella che si limita a toccare corto per Julinho, Chiappella che si « impapera » all’esame. Se è così rimettiamo subito le cose a posto. Chiappella aveva in quella squadra una funzione importantissima, sia tatticamente — per le ragioni più volte esposte — sia per la sua forte personalità. Chiappella comandava in campo come un gran capo; imprecava, brontolava, incoraggiava, protestava. Non stava mai zitto e aveva fatto della paro­la un ingrediente di gioco. Era lui « che teneva su i ra­gazzi », che cementava il gruppo. E inoltre la sua fun­zione in fase difensiva era de­terminante e lo sarebbe stata ancora per molti anni. Chiappella, insomma, era un leader.
Resta da parlare dell’allena­tore, ma anche nel suo caso basterebbe citarne il nome e il cognome — Fulvio Bernar­dini — e ogni ulteriore consi­derazione diventerebbe su­perflua. Diciamo soltanto che Bernardini, arrivato alla Fio­rentina dal Vicenza, per sosti­tuire Renzo Magli durante il campionato, trovò il blocco difensivo costruito e collau­dato, ma aggiungiamo anche che lo arricchì con l’inseri­mento di Sarti, e poi comple­tò la squadra con la felice scelta di Julinho (lo scono­sciuto Montuori arrivò su se­gnalazione di un prete italia­no) e con l’intelligente solu­zione tattica dell’ala tornante. Bernardini era un grande tec­nico, ma era soprattutto un uomo eccezionale che porta­va nel calcio una vena ironica e sdrammatizzante, frutto della sua cultura superiore, non soltanto in senso calcisti­co. Con lui la squadra aveva rag­giunto i vertici più alti del rendimento e un’intesa pro­verbiale anche fuori dal cam­po: scelte felici univano in un unico gruppo giocatori ideali per completarsi. Così naturale, ormai, era il mecca­nismo della squadra, così au­tomatici i movimenti dei gio­catori e così scontata la supe­riorità della squadra che Ber­nardini aveva soltanto da gu­starsi gli inevitabili successi della Fiorentina da lui co­struita e guidata. Tutto fun­zionava in modo talmente au­tomatico da rendere inutile anche qualsiasi riunione tec­nica fra giocatori e allenato­re; questo per dire che la preparazione a tavolino della partita era da considerarsi un avvenimento eccezionale. Qualcuno dei giocatori di al­lora, a dire la verità, non ricorda neppure una di quelle riunioni e questo, se rappor­tato al calcio odierno, può apparire sconcertante. Ma non lo era, evidentemente, a quel tempo. E per quella squadra.
Dopo aver ripercorso le ca­ratteristiche della Fiorentina '55 - '56 ed averle tanto cele­brate, non è più il caso di chiedersi perché quella squa­dra vinse il campionato con undici punti di vantaggio e stabilendo, fra l’altro, una se­rie impressionante di primati. Il trionfo fu la più logica delle conclusioni. Bisogna semmai chiedersi co­me mai quella formidabile squadra, pur restando immu­tata, vinse soltanto un cam­pionato. Le ragioni degli insuccessi, perché tali vanno considerati i secondi posti collezionati allora dalla Fiorentina, sono più oscure dei motivi, del re­sto così luminosi, che deter­minarono il trionfo. Beppe Chiappella, che di quella squadra conosceva il respiro più intimo, ritiene che i mo­tivi principali delle successive delusioni siano stati un involontario rilassamento di tutti i giocatori, evidente­mente appagati dalla stori­ca conquista e il diminuito rendimento di alcuni elemen­ti, quali il centravanti Virgili e l’ala tornante Prini, uomini di minor fascino, ma come si vede di non minor importan­za nell’economia del gioco. Attribuire a tutti la respon­sabilità dei mancati scudetti è certamente più equo. Ed èquasi automatico concludere che quella squadra avrebbe forse vinto a lungo nel calcio di oggi, più esasperato, ma anche più professionistico e comunque meno « rilassante »di quello in cui visse e si im­pigrì.
Quando la Fiorentina vinse il campionato eravamo tutti convinti che quello sarebbe stato, non tanto il primo scudetto, quanto il primo di tanti scudetti. Non fu così. E, pur volendo un mondo di bene a quella squadra, non è sempre facile perdonarla.

                                                       
                                                                          
                   I RISULTATI

                       

 



                                                                               
                        LA CLASSIFICA

                      




                                                                      
                                                                 
1956 - 57    LA STAGIONE



Tutti convinti del bis; la Fioren­tina ha la struttura per aprire un ciclo indimenticabile. Purtroppo gli infortuni a catena e un certo rilassamento non portano un al­tro scudetto, ma un secondo po­sto che non può soddisfare un pubblico ormai abituato alle vit­torie; quello che manca è soprat­tutto lo spettacolo. Il bel giocat­tolo sembra già rotto, ed anche se non manca qualche affermazione di prestigio, essa non può bastare a salvare una stagione che avreb­be dovuto essere ancora una vol­ta trionfale.
Il 30.05.1957 perdiamo la finale di Coppa dei Campioni a Madrid contro il Real Madrid per 2 – 0, ma i madrileni passano in vantaggio con un rigore inesistente (
vedi filmato). Siamo la prima squadra italiana a giungere in una finale di Coppa dei Campioni. 


Presidente : Enrico Befani
Allenatore : Fulvio Bernardini
Formazione base e presenze : {phocagallery view=category|categoryid=5|imageid=82}
Sarti (22); Magnini (29); Cervato (30); Chiappella (24); Orzan (31); Segato (30); Julinho (30); Gratton (30); Vir­gili (22); Montuori (30); Bizzarri (21);
Altri componenti della rosa : Rosetta (15); Toros (12); Sca­ramucci (11); Prini (9); Rozzoni (9); Parodi (7); Taccola (6); Carpanesi (3); Del Gratta (2); Pini (1).
Marcatori: Montuori (14); Virgi­li (10); Julinho (9); Bizzarri e Cervato (5); Rozzoni (3); Grat­ton, Parodi e Taccola (2); Ma­gnini, Prini e Segato (1).


                                                                         
                     I RISULTATI

                       



                                                                    
                                                                       
                        LA CLASSIFICA


                       


     
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